Il Dissenso corre sul Web – pt.II

Come sappiamo il web è diventato in poco tempo lo spazio ideale in cui aggregazioni di utenti creano i propri progetti alternativi, spezzando il monopolio della produzione dell’informazione dei mass media verticali (tv, radio, giornali). La diffusione di discorsi alternativi a quelli mainstream ha favorito la creazione di nuovi spazi di dissenso. Ecco uno studio in proposito e alcuni spunti di riflessione basati sul monitoraggio web e stampa di Waypress.

Interessante in proposito la recente ricerca di Public Affair Advisor e Fleed Digital Consulting, che hanno analizzato conversazioni su Twitter e Facebook e pubblicato #No 2.0: come il dissenso comunica sul web. Dove emerge chiaramente quanto il dissenso si aggreghi contro grandi opere e grandi eventi come #notav e #noexpo, e si concentri al Nord più che al sud, anche se in proporzione alla popolazione è l’Abruzzo la regione con maggior densità di dissenso online.

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Bufale

I social aggregano simili, con opinioni simili: vere o false che siano. Luca De Biase descrive i Social Network come “piattaforme create per mettere insieme persone che si piacciono”. Questo evidentemente fortifica le opinioni comuni e anche il dissenso.

Ma il dissenso può nascere anche dalle bufale, come le tante alla base delle teorie del complotto o frutto di strategie di click-baiting di alcuni giornali poco autorevoli: esemplare in questo senso il recente articolo di Francesco Costa sul sole 24 ore: E’ la bufala bellezza. Questo perché come dice Filippo Menczer «Chi crede alle bufale è predisposto a farlo perché non ha interesse a stabilire se un fatto è vero oppure no». Confermando uno stereotipo, queste notizie false creano facilmente un’opinione comune riconoscibile. Allo studio un programma – Truthy – che analizza flussi di tweet e compie un fact checking immediato sulle fonti (qui l’articolo completo sul sito web the last reporter).

Censura e autocensura

Il dissenso in rete incontra più spesso di quanto si pensi anche la paura del dissenso stesso. Generando reazioni di censura, ma anche di autocensura.

Negli stati Occidentali la censura riguarda reati come la pirateria fino alla pedo-pornografia, e ultimamente si è sviluppato un dibattito sulla censura dei siti ed account inneggianti al terrorismo. Ma nei regimi totalitari la censura blocca il dissenso politico, con particolare attenzione a qualsiasi dibattito che può scatenare proteste fuori dalla rete. L’organizzazione censoria più strutturata è in Cina, dove 40mila operatori umani rimuovo qualsiasi post potenzialmente nocivo all’establishment, ma non è certo l’unico Stato che fa ricorso alla censura: ecco la mappa della Censura nel 2014 su Repubblica.

Non esiste solo la censura da parte del potere politico: c’è anche l’autocensura degli stessi autori di post. Keith Hampton, professore associato alla Rutgers University, parla di paura del dissenso, che coglie le persone che hanno un’opinione minoritaria, e per questo meno spinte a esporla. Ecco l’articolo del Washington Post. Thomas Friedman invece, si riferisce a un tema classico della comunicazione digitale: cioè un auditorio talmente vasto da indurre chi scrive a temere critiche imprevedibili, e parla apertamente di “paura delle critiche” che porterebbe a un eccessivo autocontrollo delle opinioni. Ecco la breve testimonianza ripresa in un editoriale web di Luca Sofri.

Il dissenso corre sul Web – prima parte

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